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Le cose passate fanno lume alle future... e le cose medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori

Gli aironi, il fiume Tirino e i veleni di Bussi

Dalla terra dei fuochi in Campania ai veleni di Bussi in Abruzzo. La distanza è breve ma la sostanza è la stessa! La storia del Bel Paese italico viene riscritta nelle sue pagine più tristi da un capitalismo senza freni e sopra le norme sulla conservazione e sulla tutela del paesaggio, a danno irreparabile della biodiversità agricola e vegetale. A confine di due Parchi Nazionali, Majella e Gran Sasso, vicino a un Parco regionale, Velino Sirente, si indaga sull’entità del danno ambientale e sulle conseguenze per la salute delle popolazioni inermi e inconsapevoli che per decenni hanno coltivato e irrigato i terreni della Val Pescara. Ma dove viviamo? Possibile che nessun organo di vigilanza si sia accorto dell’interramento dei rifiuti tossici attorno ai capannoni della Montedison, a Bussi sul Tirino? Già il Tirino, il fiume che arriva a Bussi per poi congiungersi con le sorgenti dell’Aterno fino al mare Adriatico. Verso l’interno, nella piana di Capestrano e di Ofena, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, il fiume è fonte di vita e benessere e, si spera, ancora non contaminato. Lo testimoniano gli aironi che hanno scelto la loro dimora in un’ansa del fiume, nei pressi di un rinomato allevamento di trote. Ne fanno fede i vigneti di produzioni vinicole di altissimo pregio, famosi nel mondo, che si identificano con il Tirino e con la rete degli agricoltori custodi di antiche varietà colturali a rischio estinzione. Allietano i turisti i giovani intraprendenti della cooperativa “il Bosso” con intelligenti escursioni di educazione ambientale e gite in canoa alla riscoperta di fantastiche leggende sulle greggi del Gran Sasso che a migliaia transitavano sul Tirino per abbeverarsi e lavarsi prima di intraprendere la via della transumanza verso la Puglia. Tutto alla luce del sole che ancora oggi si rivive in visita al borgo mediceo di Santo Stefano di Sessanio o al castello Piccolomini di Capestrano. Segni di una pastorizia fiorente e di una cultura millenaria che  rischiano la sepoltura definitiva se non si comprende che lo sviluppo e il benessere di un Paese poggia sulla cura e la manutenzione programmata dei suoi beni artistici e naturalistici. Così pensavamo quando ci battevamo contro la nascita delle centrali nucleari e tanto ci battemmo per evitare la realizzazione della terza canna del traforo del Gran Sasso d’Italia, convinti che si aprisse una nuova stagione della cultura nelle aree protette e nella politica del territorio. Lo spettacolo che abbiamo di fronte è sconfortante  ma  il silenzio, soprattutto, è  disarmante!

Pubblicato il da Marcello Maranella | Lascia un commento

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