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Aree protette: una conquista di civiltà, un indice di progresso, una grande risorsa per il futuro.
Occorre ricordarlo.

Il Titolo V come alibi dello Stato?

D’improvviso – o quasi- il titolo V, dopo 11 anni di sonno, sembra offrire finalmente risposte persino ovvie a problemi considerati finora di difficile spiegazione.
Intendiamoci, che molti guai specialmente per quanto riguarda il governo del territorio, ed in particolare l’ambiente, derivassero dalla eccessiva generosità del legislatore nei confronti delle regioni e degli enti locali, alcuni autorevoli studiosi l’hanno sempre sostenuto e denunciato. Penso a Salvatore Settis e ai suoi libri e numerosi articoli sul paesaggio, dove ricorrente e sferzante è la critica per essere venuti meno di fatto all’art 9 sulla esclusività delle competenze dello stato, affidando improvvidamente speciali titolarità alle regioni inaffidabili e ritenute tali già dal costituente.
E’ stato però in estate, a fronte dei tanti e non nuovi disastri abbattutosi sull’ambiente, che anche sui media vari commentatori hanno -per così dire- scoperto l’arcano del titolo V; infausto, confuso, frettoloso, pasticciato che ha legato le mani allo stato permettendo a sindaci e regioni di fare i loro comodi.
Poi si son aggiunti con effetti micidiali i Fiorito di turno.
La singolarità di questa improvvisa scoperta sta nel fatto che essa coincide – come testimoniano e confermano dati incontestabili – con una massiccia ricentralizzazione di competenze e funzioni proprio da parte dello Stato, con tanti saluti alle fandonie sul “federalismo” leghista affondato clamorosamente e definitivamente a Monza.
Una ricentralizzazione a cui ha dato un notevole e insperato contributo la giurisprudenza della Corte Costituzionale che alla crescente conflittualità costituzionale ha risposto “premiando” lo Stato. E lo ha fatto – come rileva Augusto Barbera – “smaterializzando” le competenze tra utilità e valori talvolta confliggenti.
L’attenzione ancora una volta ha ruotato, infatti, sulla ‘ripartizione’ delle competenze e molto meno –anzi quasi mai- su come gestirle unitariamente ossia in ‘leale collaborazione’. Perché questa era e rimane la questione vera e di fondo del titolo V comunque lo si giudichi e lo si voglia revisionare.
Tanto è vero che autorevoli studiosi come Giuliano Amato, che sulla frettolosa approvazione del titolo V avevano sempre manifestato riserve, oggi ribadiscono questa esigenza perché “non si troverà mai un riparto di competenze che eviti la necessità in più casi di un loro esercizio comune e quindi di una intesa in vista di un fine comune”.
Nell’incontro in San Rossore di fine settembre, promosso dal Gruppo di San Rossore, questo è stato – non a caso – uno degli aspetti maggiormente discussi; e lo si è fatto proprio perché paesaggio, suolo, biodiversità e natura potranno trovare risposte finalmente nuove di “governo”, solo se la ripartizione delle competenze esclusive e concorrenti non saranno concepite come ambiti separati e distinti, ma al contrario “trasversali” e quindi da gestire d’intesa come sottolinea Amato. Ed è proprio qui che finora hanno “toppato”, sia i sostenitori che i critici del titolo V. Ed hanno toppato perché bravi e decisi a rivendicare i loro titoli ma non altrettanto impegnati a gestirli in “leale collaborazione”, senza la quale – come è regolarmente e puntualmente avvenuto – a farla da padrona è stata la conflittualità con relativi e crescenti contenziosi, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.
Se dunque si deve mettere mano dopo 11 anni di latitanze e inerzie, ad una revisione della norma, lo si deve fare questa volta senza inutili e dannose prevaricazioni. Non dimenticando peraltro che in ambito istituzionale- vedi la poco onorevole vicenda delle province- se si procede ignorando le strette connessioni tra i diversi livelli istituzionali –che costituiscono la Repubblica- si finisce appunto con il ricorrere a criteri strambi come il numero degli abitanti e dei chilometri quadrati, destinati ad alimentare solo localismi e campanilismi che è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.
E’ bene dirlo subito, perché la partenza con il ‘Disegno di legge costituzionale-Riforma del Titolo V’ presentato dal governo non è delle migliori.
E a non convincere è innanzitutto l’idea di fondo che sembra ispirarlo e cioè che la bassa qualità della classe politica, sia in termini di competenze che di semplice onestà nei comportamenti, dipenda interamente o principalmente dal titolo V.
Da qui il sistema “ipercentralistico” che non va solo a colpire gli sprechi ma lo stesso funzionamento delle Regioni, e soprattutto, dei comuni. Il sindaco se deve e vuole cambiare il suo ragioniere dovrebbe ora richiedere il permesso al ministero degli Interni e alla Ragioneria generale. Come deve fare già ora un parco nazionale se vuole comprare una sedia. Ricordo che qualche tempo fa – per mettere le briglie ai piccoli comuni – a qualcuno venne la brillante idea di stabilire che le giunte dovevano riunirsi – mi pare – solo dopo cena!
Se vogliamo veramente superare con gli sprechi soprattutto la mancanza di un governo del territorio capace di programmare, pianificare e gestire politiche nazionali e comunitarie, lo Stato al pari delle regioni e degli enti locali deve essere in grado – appunto d’intesa – di “progettare” quello che finora non ha saputo fare – vedi la sua incapacità di utilizzare e bene i fondi comunitari -.
I dati recentemente forniti dal ministro alla coesione Fabrizio Barca confermano chiaramente questa incapacità. L’Italia è il terzo Paese con più soldi a disposizione e penultimo per utilizzo con un misero 26 per cento di Fondi spesi. E la prima ragione di questo persistente ritardo come dice il ministro Fabrizio Barca ‘ è un inadeguato presidio nazionale’ perché lasciando i soldi ai territori senza un adeguato ed efficace presidio nazionale specie al sud finiscono in mano di quelli che li hanno sempre gestiti e che sono bravi a riempire moduli e soddisfare le procedure. Ecco perchè il presidio nazionale è stabilizzante e non destabilizzante.
Ma questo sta avvenendo solo ora e solo per il ministero della coesione. Si veda, infatti, cosa hanno fatto e continuano a fare altri ministeri a cominciare da quello dell’ambiente. Quali progetti sono stati predisposti e presentati in grado di perseguire obbiettivi non rivolti – specie al sud – soltanto a sostenere e alimentare clientele locali anche criminali.
Dalla fase di stallo degli ultimi anni si sta uscendo solo ora e solo per l’impegno di un ministero che ha saputo e sa coinvolgere le regioni su un piano di pari dignità.
E a questo deve servire la revisione del titolo V e non certo a costringere i sindaci – come in tempi lontani – a presentarsi a Roma con il cappello in mano.
E ciò è particolarmente urgente proprio per l’ ambiente dove quell’intesa indispensabile tra i diversi livelli istituzionali – oggi del tutto inesistente e men che mai ricercata e voluta – deve finalmente tornare in campo. E’ indispensabile per il suolo, il paesaggio, i parchi e le aree protette che da troppo tempo sono orfane di quell’impegno leale delle istituzioni che non hanno assolutamente bisogno di nuovi casini romani.

Pubblicato il da Renzo Moschini | Lascia un commento

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